SULL’AFGHANISTAN GOVERNI SORDI OGGI PIANGONO LACRIME DI COCCODRILLOSULL’AFGHANISTAN GOVERNI SORDI OGGI PIANGONO LACRIME DI COCCODRILLO

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Qualche giorno fa, la morte di Gino Strada ha segnato quasi simbolicamente un passaggio storico. Da destra a sinistra la politica ha speso parole accorate per ricordare quest’uomo, da sempre in trincea per i diritti degli ultimi. Ma pochi politici hanno dato valore al suo esempio e hanno voluto ricordare i suoi accorati appelli in quel lontano maledetto 2001, dopo i terribili attentati di New York e Washington, quando tentò di dissuadere l’allora governo Berlusconi dal seguire gli Stati Uniti in quel che veniva dipinto come un intervento “necessario” che avrebbe dato un colpo “definitivo” al terrorismo islamista in Afghanistan e nei suoi santuari, ma sarebbe poi diventato un’insensata Guerra dei Vent’anni. Un conflitto che ad oggi si conclude nel peggiore dei modi, con il rientro dei talebani al loro posto e la ritirata delle forze NATO. Strada era un chirurgo di guerra, da sempre impegnato ai confini del mondo con la sua Emergency. Nel corso degli anni aveva costruito ospedali e salvato con i suoi colleghi e i suoi staff medici una marea di vite umane. Iraq, Pakistan, Ruanda, Afghanistan, Perù, Kurdistan, Etiopia, Angola, Cambogia, ex-Jugoslavia e Gibuti sono solo alcuni dei paesi dei quali Strada aveva raccontato gli orrori e la disperazione e per le cui genti martoriate si era speso per portare cure mediche, aiuti umanitari e solidarietà. Uno dei maggiori crucci di Gino Strada tuttavia era proprio l’Afghanistan. Da subito aveva avvisato i governi occidentali, forte di un’esperienza sul campo e di una conoscenza profonda di quel mondo lontano. Alzò la voce per spiegare quanto un intervento in quella terra complessa, quale rappresaglia dell’11 settembre 2001, sarebbe potuto essere devastante e inutile sia per il popolo afghano che per l’Occidente stesso. Nonostante la battaglia di Gino Strada e di tanti esponenti della società civile e del mondo della cultura, il 7 novembre 2001 il parlamento italiano disse comunque sì alla guerra. L’infelice decisione del governo italiano, fu sostenuta dal 92 per cento dei parlamentari presenti al voto. Solo Rifondazione comunista si oppose. Tra le tante analisi sbagliate e disastrose dei partiti di allora, riecheggiano ancora le parole dell’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che senza nominare Gino Strada così lo definì: “un medico integerrimo, ma dalle confuse idee, che dichiarava di non saper scegliere tra l’ Afghanistan e gli Stati Uniti”. Anche i politici e i giornali schierati contro Berlusconi in realtà condividevano la stessa visione del problema e lo stesso rifiuto della visione realistica di Gino Strada. In questa frase, anche alla luce di ciò che accade oggi in Afghanistan, con la ritirata disordinata dell’Occidente e la ripresa del potere da parte dei talebani che hanno già occupato Kabul, c’è riassunta tutta la mancata attenzione della politica italiana rispetto all’analisi degli scenari di guerra che proviene da chi da sempre si è schierato con chi li subisce maggiormente: i civili inermi e non certo le lobby degli armamenti. Quanta mancanza di realismo politico in quei presunti poteri forti che pensano di risolvere tutto con la prepotenza e le illusioni neocoloniali! Oggi gli appelli dei tanti Gino Strada impegnati a salvare vite umane nei teatri di guerra, suonano un po’ come “presagi” di una storia già scritta. Una storia che sarebbe potuta essere diversa se solo si fosse usato il buonsenso. Invece sì è scelta la strada ottusa della vendetta, dell’ingerenza, della guerra preventiva, dei “regime change”, che generano caos, stati falliti, immense ondate di profughi, instabilità e ingiustizia. La ritirata della coalizione internazionale dall’Afghanistan lascia dietro se un fallimento colossale. Oltre due trilioni di dollari spesi dagli USA, quasi 9 miliardi solo dall’Italia, quasi 4mila vittime tra i militari in missione e oltre 70000 vittime civili afghane, milioni di rifugiati che innescano un domino di destabilizzazioni a lungo raggio. Un paese nel caos e i talebani di nuovo al loro posto. Si torna al punto di partenza insomma. E adesso chi pagherà i danni? Chi si assumerà la responsabilità di scelte scellerate avallate poi da tanti altri governi? Governi per giunta compartecipi di ulteriori scelte disastrose in altri paesi del “Medio Oriente Allargato”, in una incorreggibile serie di errori mai discussi. Anzi: chi discuteva veniva bollato come disfattista e complottista. Tanti nuovi generali Cadorna, un secolo dopo. Leggere le dichiarazioni del buon Letta che dice “siamo colpevoli anche noi” lascia solo l’amaro in bocca perché né a lui né a tanti, sono bastati gli appelli e i moniti di chi davvero aveva capito la portata e la gravità della missione in Afghanistan in 20 anni di inutile guerra. Troppo comodo fare il pianto del coccodrillo adesso.

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